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ll’estremità occidentale della francescana Valle Santa reatina, in territorio ternano, ai piedi di un colle, è il bel borgo di Piediluco, che si specchia nell’omonimo lago. Narra il Canonici: «Suggestivo per le sue bellezze naturali, e caro ad ogni ammiratore di san Francesco per la dolcezza dei tanti ricordi del Serafico, è il lago di Piediluco, tra la Valnerina e la Valle reatina» (L. Canonici, Francesco d’Assisi - Itinerari francescani, 1990).
Il Castello di Luco, tappa obbligata per chiunque dalla Valle spoletana (e da Terni), si fosse recato in Sabina, fu sicuramente lustrato dalla presenza del Santo assisiate sin dal 1208, in occasione del suo primo viaggio apostolico in territorio reatino.
Francesco d’Assisi con il suo primo drappello di proseliti aveva già percorso la Marca d’Ancona e l’Umbria, ma voleva spingersi più lontano. Scese, quindi, verso il sud, seguendo la strada che avrebbe dovuto percorrere, venendo da Spoleto, se avesse proseguito la sua avventura cavalleresca tra le milizie di Brienne. A Terni, risalì il tortuoso corso del fiume Nera, in cui si gettano le scintillanti Cascate delle Marmore. Quella montagna di acque vive di certo lo affascinò per un momento, ma non era venuto qui per godere la solitudine, doveva convertire Rieti, dove, secondo quanto aveva appreso, la gente volgeva al paganesimo, a causa della dolcezza di quella felice Valle.
Proseguendo il cammino, il Santo giunse nel piccolo villaggio di pescatori, limitrofo al bel lago e fuori dalle mura del Castello di Luco, in prossimità di una cappellina posta sulla piccola altura denominata “Il Colle”, intitolata a Santa Maria.
La gente, incuriosita dall’arrivo di quei stravaganti “joculatores Domini”, accorse numerosa. L’Assisiate, dopo aver rivolto agli intervenuti l’amatissimo saluto: “Il Signore vi dia pace”, postosi sul punto più in vista della collinetta, attorniato dai suoi compagni (Egidio, Bernardo, Pietro Cattani, Sabatino, Morico, Giovanni del Cappello), iniziò a parlare. Nessuno poté mai più dimenticare quella sua “lezione di vita”, interamente ispirata al Vangelo ed alle lettere paoline.
Francesco, conclusa la predica, anziché riprendere il cammino di apostolato, decise di fermarsi, almeno per qualche giorno, in questo stupendo luogo. E così, ottenuto il consenso dall’autorità religiosa del Castello, presso la stessa cappellina del Colle, aiutato dai suoi compagni, edificò una capannuccia di canne palustri intonacata di mota: umilissimo ricovero in cui darsi convegno (da qui il termine “convento”) al termine delle giornate Piedilucane, interamente dedicate all’apostolato e al lavoro manuale.
Il borgo di Piediluco, stando alle Cronache, risulta ripetutamente visitato dal Santo Assisiate: chiunque dalla Valle spoletana o dalla Valle ternana si fosse diretto nella Valle reatina, era solito servirsi del “porto di Piediluco”, ed il Celano informa esplicitamente che più volte Francesco «traversava il lago di Rieti» (vd.: II Cel. 167; I Cel. 61; Cel. Trattato dei Miracoli, cap. IV).
L’Apostolo umbro, quindi, visitò ripetutamente questa terra, che, tra l’altro, darà al Santo uno dei suoi più amati compagni: frate Illuminato il quale, a detta dello Jacobilli, «L’An. 1210 prese l’habito de’ Frati Minori; e divenne diletto discepolo di S. Francesco (...)» (L. Jacobilli, Vite, I).
Tommaso da Celano e San Bonaventura da Bagnoregio narrano due episodi prodigiosi verificatisi presso il lago della grazioso castello, che dimostrano, oltretutto, l’incondizionato amore di frate Francesco per le Creature.
Tramanda il Celanese: «Il beato Francesco, diretto all’eremo di Greccio, traversava il lago di Rieti (lago di Piediluco) su una barchetta; e un pescatore gli offrì un piccolo uccello acquatico, perchè se ne sollazzasse nel Signore. Il beato Padre lo prese tutto giulivo, poi, aperte le mani, lo invitò benevolmente ad andarsene libero. Poiché quello non volle, anzi gli si accovacciò nelle mani come in un nido, allora il Santo, levati gli occhi al cielo s’immerse in orazione. Dopo parecchio tempo ritornato in sé, come se fosse stato altrove, comandò con dolcezza all’uccello di riprendere senza timore la libertà. E così, ricevuta la benedizione, con un movimento di gioia se ne volò via» (II Cel. 167).
E San Bonaventura aggiunge: «Sempre mentre attraversava quel lago, gli fu offerto un grosso pesce, ancora vivo: chiamandolo, secondo la sua abitudine, col nome di fratello, lo rimise in acqua, accanto alla barca. Ma il pesce si mise a giocare nell’acqua, davanti all’uomo di Dio, e, quasi adescato dal suo amore, per nessuna ragione si allontanò dalla barca, prima di averne ricevuto il permesso e la benedizione» (S. Bonaventura, Leg. Maior, VIII, 8).
Alcuni anni dopo la morte di frate Francesco, anche Piediluco volle onorare la memoria del Santo, erigendo un tempio nel punto in cui, sicuramente, era il primo luogo francescano, voluto e ripetutamente abitato dall’Apostolo umbro e dai suoi primi frati.
Le fonti indicano che nel 1298, su iniziativa di Oddone Brancaleoni, siano stati avviati i lavori per la costruzione della chiesa di San Francesco e dell’attiguo Cenobio.
Naturalmente la coincidenza di questa data con quella dell’impetuoso sisma che disastrò la regione umbra, non risulterebbe casuale, e indurrebbe a ritenere che i lavori, iniziati precedentemente (1290?), siano stati interrotti dagli effetti del terremoto, per poi essere ripresi sulla base di un nuovo progetto.
Il complesso conventuale fu terminato nel 1338, come si legge nell’epigrafe posta in fronte alla chiesa.
I frati minori vi dimorarono sino alla metà del sec. XVII, quando papa Innocenzo X, con la lettera “Instaurandae” del 1652, soppresse tutti i conventi nei quali non fossero stati almeno dieci religiosi, riducendoli allo stato secolare e applicando i beni alle diocesi.
Il complesso conventuale lacustre, occupato successivamente dagli Agostiniani, dopo un breve ritorno dei francescani (1737-1785), nel 1816 divenne sede parrocchiale.
Liberamente tratto
da
Paolo Rossi
Il Santuario di S. Francesco d’Assisi in Piediluco
Ed. Thyrus, Terni 1999.
paolorossi62@tele2.it
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